_sei nella sezione dedicata alla Fauna marina |
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La fauna marina in Grecia |
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Andando in barca a vela non è inconsueto avvistare i delfini. In genere sono piccoli gruppi che si avvicinano e giocano con le onde prodotte dalla prua della barca. Ci accompagnano per un pò e poi continuano per la loro strada. E' sempre un'emozione! Che dire poi dell'avvistamento delle tartarughe? Quando accade c'è un breve momento concitato in cui si manovra per ridurre l'andatura e si fa silenzio per non disturbarle. Il mare caldo della Grecia è habitat formidabile per le Caretta caretta che vanno a deporre le uova sulla spiaggia di Lagana nell'isola di Zante o nella baia di Mounta a Cefalonia. Le acque della Grecia ospitano anche la Foca monaca che fa parte di quegli animali a rischio di estinzione. Sosteniamo le associazioni che si battono per la sopravvivenza di questi stupendi animali.
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I delfini |
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I delfini vivono praticamente in tutti i mari, escludendo quelli freddi dell' Artico e dell'Antartico, ma prediligono quelli caldi con temperature costanti e poche correnti. Alcuni delfini vivono nelle vicinanze delle coste, altri, per esempio le stenelle, sono specie pelagiche, cioè vivono in mare aperto. Di solito, i delfini caratterizzati da pelle scura prediligono le acque profonde, mentre quelli con la pelle cangiante tra bianco e nero, vivono più in superficie. Le dimensioni variano a seconda delle diverse famiglie: i delfini oceanici sono mediamente lunghi 220 cm. Il corpo di un delfino si è estremamente idrodinamico, la pelle, liscia e senza peli, contribuisce a ridurre la resistenza dell'acqua secernendo olio o muco. La coda rappresenta una delle caratteristiche anatomiche più peculiari dei delfini e dei cetacei in genere in quanto si differenzia da quelle dei pesci poiché si è sviluppata in senso orizzontale. Il cranio è "telescopico", cioè spinto all'indietro a partire dalla fronte, ha occhi indipendenti e posizionati in modo tale da consentire una vista frontale (cosa che non accade nelle balene), ha molti denti (il numero varia a seconda delle specie considerate: ad esempio il delfino comune ne ha circa 200) sottili e appuntiti, infine sulla sommità, leggermente spostato a sinistra ha lo sfiatatoio: l'unica narice chiusa da un lembo di pelle. I delfini hanno il senso della vista (tranne alcuni delfini di fiume) anche se non è altrettanto vitale quanto il senso dell'udito, o quanto la capacità di individuare le vibrazioni attraverso l'acqua. Il senso dell'udito permette ai delfini di sentire una gamma di suoni più ampia di quanto non sia possibile a noi esseri umani: possono infatti percepire sia ultrasuoni che infrasuoni. Molto importante è la capacità di ecolocazione che consente loro di "vedere" per mezzo del suono. L'animale emette rumori simili a schiocchi a bassa ed alta frequenza. Le vibrazioni degli schiocchi si trasmettono in acqua e rimbalzano contro gli oggetti in modo che un eco ritorni verso l'animale rendendo possibile l'orientamento. I delfini possono raggiungere una velocità massima di circa 45 km/h e navigare per lunghi periodi ad una velocità di 18-20 km/h. Senza utilizzare la forza muscolare i delfini sono abilissimi a cavalcare le onde sfruttando i flussi prodotti dal vento o dalla prua delle navi, ma è pinneggiando con vigore e girandosi su un fianco che riescono a raggiungere le loro incomparabili velocità. I delfini sono animali a sangue caldo e conservano il calore del corpo producendone più di quanto l'epidermide ne rilasci grazie alle loro dimensioni, allo spesso strato di grasso che hanno sotto pelle e al loro sistema circolatorio. Generalmente si cibano di pesce, calamari e crostacei. I denti dei delfini, numerosi, piccoli, taglienti ed appuntiti, non servono per masticare il cibo, che viene inghiottito intero, ma semplicemente ad afferrare il pesce viscido. Si uniscono in gruppi all'interno dei quali vige una rigorosa gerarchia sociale in cui i maschi sono gli individui dominanti (che quindi hanno il diritto di nutrirsi per primi) seguiti dalle femmine e dai giovani. In ogni gruppo le femmine e i piccoli nuotano al centro del branco in modo che i maschi possano proteggerli da attacchi nemici. All'interno di ogni gruppo c'è sempre una forte coesione: addirittura se un membro del branco è in difficoltà e incapace di nuotare, i compagni lo sorreggono portandolo spesso in superficie a respirare. E' noto come i delfini possiedano un linguaggio altamente sviluppato che diventa una necessità nel momento in cui si vengono a formare complessi rapporti sociali con legami molto intensi tra gli individui. Esistono miriadi di vocalizzazioni diverse per la durata, l'intensità la frequenza, la complessità, ma tra quelle più note ci sono sicuramente i fischi. Ogni specie sembra possedere un caratteristico "fischio firma", che non cambia nel tempo e lo rende ben identificabile. Suggestive sono le ipotesi fatte per spiegare gli spiaggiamenti di massa: una è quella di errori nelle lettura del campo magnetico terrestre supponendo che i delfini possiedano un sesto senso, quello magnetico, un'altra è che il loro orientamento sia disturbato dai sonar dei sommergibili.
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La tartaruga Caretta caretta
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La Caretta caretta è una tartaruga marina tipica dei nostri mari. La specie è fortemente minacciata in tutto il bacino del Mediterraneo e ormai al limite dell’estinzione nelle acque territoriali italiane. E' un animale perfettamente adattato alla vita acquatica grazie alla forma allungata del corpo ricoperto da un robusto guscio ed alla presenza di “zampe” trasformate in pinne. Alla nascita la Caretta caretta è lunga circa 5 cm. La lunghezza di un esemplare adulto è di 80 - 140 cm, con un peso variabile tra i 100 ed i 160 kg. La testa è grande, con il rostro molto incurvato. Gli arti sono molto sviluppati, specie gli anteriori, e muniti di due unghie negli individui giovani che si riducono ad una negli adulti. Ha un carapace di colore rosso marrone, striato di scuro nei giovani esemplari, e un piastrone giallastro, a forma di cuore, spesso con larghe macchie arancioni. Gli esemplari giovani spesso mostrano una carena dorsale dentellata che conferisce un aspetto di "dorso a sega". I maschi si distinguono dalle femmine per la lunga coda che si sviluppa con il raggiungimento della maturità sessuale, che avviene intorno ai 13 anni. Come tutti i rettili, hanno sangue freddo e prediligono, quindi, le acque temperate. Respirano aria, essendo dotate di polmoni, ma sono in grado di fare apnee lunghissime. Trascorrono la maggior parte della loro vita in mare profondo, tornando di tanto in tanto in superficie per respirare. In estate maschi e femmine si ritrovano nelle zone di riproduzione, al largo delle spiagge dove sono probabilmente nati. Hanno infatti una eccezionale capacità di ritrovare la spiaggia di origine, dopo migrazioni in cui percorrono migliaia di chilometri. Avvenuto l'accoppiamento la femmina attende per qualche giorno in acque calde e poco profonde il momento propizio per deporre le uova; momento delicato in cui è facilmente disturbata dalla presenza di persone, animali, rumori e luci. Depongono fino a 200 uova, grandi come palline da ping pong, disponendole in buche profonde, scavate con le zampe anteriori. Quindi le ricoprono con cura, per garantire una temperatura di incubazione costante e per nascondere la loro presenza ai predatori. Completata l'operazione fanno ritorno al mare. È un rito che si può ripetere più volte nella stessa stagione, ad intervalli di 10-20 giorni. Le uova hanno un'incubazione tra i 45 e i 65 giorni e, grazie a meccanismi non ancora chiariti, si schiudono tutte simultaneamente. I piccoli per uscire dal guscio utilizzano una struttura particolare, il "dente da uovo", che verrà poi riassorbito in un paio di settimane. Usciti dal guscio impiegano dai due ai sette giorni per scavare lo strato di sabbia che sormonta il nido e raggiungere la superficie e quindi, in genere col calare della sera, dirigersi verso il mare. Solo una piccola parte dei neonati riesce nell'impresa, cadendo spesso vittima dei predatori, tra cui l'uomo; di quelli che raggiungono il mare infine, solo una minima parte riesce a sopravvivere sino all'età adulta. Giunti al mare nuotano ininterrottamente per oltre 24 ore per allontanarsi dalla costa e raggiungere la piattaforma continentale, dove le correnti concentrano una gran quantità di nutrienti. Dove esattamente trascorrano i primi anni della loro vita è un mistero che i biologi non sono ancora riusciti a spiegare; solo dopo alcuni anni di vita, raggiunte dimensioni che le mettono al riparo dai predatori, fanno ritorno alle zone costiere. In acqua possono raggiungere velocità superiori ai 35 km/h, nuotando agilmente con il caratteristico movimento sincrono degli arti anteriori. Si nutrono principalmente di meduse e salpe nelle acque profonde mentre in quelle meno profonde di granchi, ricci e molluschi. Fino al 1980 non vi erano leggi a tutela delle tartarughe. Si pensi che nel periodo tra il 1945 e il 1975 oltre 24 mila esemplari sono stati catturati e venduti ai ristoratori che offrivano la loro carne nei menu' ed usavano il carapace per "abbelire" i loro locali. Dal 1989 in Italia sono vietati la cattura, il commercio e la detenzione di tutte le tartarughe marine. Da allora, grazie a molte campagne di sensibilizzazione c'e' sempre più collaborazione tra pescatori, cittadini, associazioni per la tutela e autorità rendendo possibile il recupero delle tartarughe ferite o spiaggiate.
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La Foca monaca |
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La Foca monaca del Mediterraneo è il mammifero marino più minacciato d’estinzione in Europa e uno dei più rari al mondo. Al genere Monachus appartengono tre specie distinte: la Foca monaca del Mediterraneo (Monachus monachus), la Foca monaca delle Hawaii (Monachus schauinslandi) e la Foca monaca dei Caraibi (Monachus tropicalis). L’ultima è considerata estinta. Gli studiosi concordano nella stima complessiva di circa 500 individui per la foca monaca del Mediterraneo. I nuclei di foche più consistenti e vitali sono quelli delle isole greche dell’Egeo, delle coste meridionali della Turchia e delle isole greche dello Ionio meridionale, mentre alcune foche sopravvivono in Adriatico nelle isole della Croazia meridionale, e nel Mediterraneo centrale, come confermano le continue segnalazioni lungo alcuni tratti di costa della Sardegna, delle isole dell’arcipelago toscano e della Sicilia. Fino all’estate del 1997 il nucleo più consistente di Foche monache era situato lungo le coste atlantiche dell’Africa, tra la Mauritania ed il Marocco, che nel periodo riproduttivo comprendeva circa trecento animali, concentrati in poche spiagge al riparo di due grandi grotte. Oggi questa colonia è ridotta a circa cento individui, due terzi della popolazione originaria sono morti nell’arco di poche settimane a causa di una grave epidemia virale o per l’avvelenamento provocato da particolari alghe tossiche.Le abitudini di vita della Foca monaca del Mediterraneo sono ancora in gran parte sconosciute. Le poche indagini scientifiche svolte dal 1995 in Mauritania, in Grecia e in Turchia, hanno fornito informazioni che smentiscono alcune delle convinzioni generalmente riportate in letteratura. Le Foche monache non frequentano esclusivamente i bassi fondali in prossimità della costa, infatti per nutrirsi compiono spostamenti giornalieri di alcune decine di chilometri e continue immersioni con le quali raggiungono regolarmente novanta metri di profondità. Per alcuni mesi l’anno i maschi adulti sono territoriali e difendono tratti di scogliera dove non tollerano la presenza di altri maschi. Le femmine adulte hanno un ciclo riproduttivo di poco superiore ai dodici mesi e producono mediamente un cucciolo ogni anno. Le foche monache possono dormire in mare aperto sia lasciandosi cullare in superficie che, in caso di mare agitato, immergendosi e adagiandosi sul fondo.
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